martedì 13 marzo 2007

Eccolo, a BeautifulMind

Odifreddi: al mio Festival arriveranno tutte le star dei numeri, come John Nash Spiegheranno la logica che sta rivoluzionando lo studio del genoma e anche della Creatività
«Ma non è come Russell Crowe!».
Colpi di gomito, mormorii e poi il silenzio dello stupore. Così accoglieranno John Nash, il matematico più famoso al mondo, il protagonista di quella storia quasi vera che è il film «A Beautiful Mind». Avrà probabilmente il cappellino di lana e l’aria svagata e tenterà di nascondersi dietro la sua solita ritrosia. Così tutti gli spettatori capiranno: vedere il settantaseienne professore di Princeton a un evento pubblico è una fortuna rara. Proverà il suo collega Piergiorgio Odifreddi a farlo parlare, nello show finale del Festival della Scienza di Roma, in programma dal 15 al 18 marzo.

Professor Odifreddi, come ha convinto Nash?
«Ha nicchiato, poi, quando ha visto i partecipanti, tutte celebrità, si è convinto. Voglio fargli raccontare dei suoi studi, ma forse si deciderà a parlare della malattia, la schizofrenia, e delle sofferenze a cui l’hanno sottoposto i medici con periodici coma insulinici ».

Film a parte, Nash è famoso per la teoria dei giochi e il Nobel per l’economia nel ‘94, ma le sue ricerche spaziano in campi molto ampi. Non è così?
«Certo. Ha inventato l’“equilibrio di Nash”, una teoria che trova applicazioni dai consigli di amministrazione ai conflitti. Sostiene che spesso nella vita non possiamo fare il meglio, ma possiamo evitare il peggio. E’ davvero un paradosso che uno “squilibrato” sia diventato un grande anche grazie a una strategia che insegna la ragionevolezza».

A proposito di stranezze, perché voi matematici restate così inaccessibili? Perfino i fisici sono presenze più familiari: esibiscono grandi progetti e macchine - come al Cern e al Fermilab - e l’opinione pubblica si illude di capire qualcosa.
«I fisici si fanno prendere da manie di grandezza e costruiscono la Teoria del Tutto, ma poi lavorano su cose più concrete, come i matematici. D’altra parte anche nella nostra disciplina i grandi progetti ci sono stati e ci sono. A inizio Novecento quello di Hilbert voleva costruire una teoria con cui dimostrare che la matematica non ha inconsistenze. Ma tutto crollò con i teoremi di Kurt Gödel. Poi c’è stato il Programma Langlands: intendeva stabilire che molte branche della matematica sono un’unità intrinseca e parte della soluzione è arrivata con Andrew Wiles. E’ lui che nel ‘95 ha dimostrato l’ultimo Teorema di Fermat e sarà la sua lezione ad aprire il Festival ».
Ma la divulgazione dei vostri problemi non è il punto forte dei matematici. Non crede?
«Certo, le nostre sono questioni molto tecniche. D’altra parte la matematica esiste da 2500 anni: se capire Pitagora era più facile, mentre oggi decifrare Nash è difficile, significa che il nostro sapere ha fatto tanti passi avanti. Però non siamo così cattivelli. Qualcosa si capisce sempre. L’anno scorso la Medaglia Fields - l’equivalente del Nobel - è stata assegnata a Grigory Perelman per aver risolto la Congettura di Poincaré: chiede di caratterizzare la sfera a tre dimensioni, mentre Archimede si poneva già lo stesso problema, sebbene a due dimensioni. E voglio citare la teoria dei numeri. Euclide dimostra 300 anni prima di Cristo che i numeri primi sono infiniti. Nel XX secolo l’Ipotesi di Riemann è il tentativo di stabilire come sono distribuiti. In un caso e nell’altro si parla di cose comprensibili: numeri primi e sfere. E poi c’è un altro ospite, Benoit Mandelbrot ».

Di lui, almeno, si sa che è il padre dei frattali. Giusto?
«La sua teoria è un ponte tra matematica, arte e scienza, con applicazioni come l’analisi dei mercati azioniari».

E il futuro? Quali sono gli obiettivi dei matematici?
«Li riveleranno Michael Atiyah e Alain Connes. Ma emblematico è Douglas Hofstadter, autore del saggio “Gödel, Escher, Bach” e anche lui tra i protagonisti del Festival. Studia la creatività e pensa di descriverla matematicamente in modo che un computer la analizzi. Dai numeri - è evidente - si arriva alle questioni filosofiche ed è una prova che la biologia, insieme con l’informatica, ha conquistato lo scettro: gli interrogativi dell’una e dell’altra stimolano nuove teorie e le connessioni con la matematica. Per sequenziare il Dna, per esempio, Craig Venter ha avuto il supporto di Hamilton Smith, Nobel per la Medicina e matematico ».

Al Festival, però, parlerete anche di bellezza: in che senso?
«La matematica ha sempre avuto un volto artistico. Ecco perché ho chiesto a un altro Nobel, Dario Fo, di spiegare la rivoluzione della prospettiva nella pittura.

La Stampa di Gabriele Beccaria

Nessun commento: