martedì 1 maggio 2007

Numeri da Oscar - di Piergirogio Odifreddi

L’espresso, n. 17 di giovedì 3 maggio 2007, pag 167


Com’è noto, il premio Nobel per la matematica non esiste. C’è però un suo analogo, chiamato Medaglia Fields, che viene assegnata ogni quattro anni ai Congressi mondiali di matematica, a un ricercatore sotto i quarant’anni: a testimonianza del fatto che, come diceva Godfrey Hardy, «la matematica è uno sport da giovani». E da qualche anno c’è pure un analogo del premio Oscar alla carriera, chiamato premio Abel in onore di un grande matematico norvegese morto giovane un paio di secoli fa, e consegnato annualmente a Oslo da re di Norvegia.Sir Michael Atiyah, un libanese che è nato a Londra, è cresciuto a Karthum e ha studiato al Cairo e a Cambridge, ha ottenuto entrambe questi onorificenze, la Medaglia Fields nel 1966 e il Premio Abel nel 2004, ed è dunque uno dei più titolati matematici del mondo. Solo pochi fortunati hanno potuto sentirlo parlare al recente Festival di Matematica di Roma, ma tutti potranno ora godersi la lettura del suo bel libretto Siamo tutti matematici (Di Renzo Editore), un cui egli racconta a ruota libera la sua vita e le sue ricerche, che hanno spaziato dalla teoria più astratta alle applicazioni più concrete.Il momento più affascinante della conversazione è però forse la sezione sulla matematica del XX secolo, che costituisce un pezzo di bravura in cui Atiyah compie una radiografia del corpo della disciplina, riuscendo a mostrare la struttura del suo scheletro e le connessioni fra i suoi vari arti, e toccando grandi temi quali l’abbandono del locale e del lineare, l’aumento del numero di dimensioni, la dicotomia tra geometria e algebra, l’impatto della fisica sulla matematica, e tanti altri.Il libro si conclude con una meditazione sulla responsabilità dello scienziato, perché nella sua intensa vita il ribollente Atiyah ha anche trovato il tempo per presiedere il movimento Pugwash degli scienziati contro l’atomica, che vinse il premio Nobel per la pace nel 1995, sfatando il mito che i matematici siano avulsi dalla realtà e vivano in una torre d’avorio.